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Resistenza

La Resistenza è stata opera di donne e uomini che hanno continuato a credere nella libertà e nella giustizia, anche quando il nostro Paese scivolava senza sosta nella buia spirale della guerra e dell'orrore.
 
La Resistenza nacque come moto antifascista spontaneo, spesso su posizioni di classe e con nucleo portante le formazioni della sinistra (le Brigate Garibaldi furono una "filiazione" del Partito Comunista, le Giustizia e Libertà del Partito d'Azione).
In questa fase l'antifascismo fu tuttavia gestito strategicamente dalla classi dirigenti che, prefigurando la sconfitta bellica e la fine del fascismo, agirono in vista della strutturazione della società del dopoguerra, quando vi fu un'ampia convergenza dei movimenti antifascisti con il neonato Partito Comunista Italiano (PCI).

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Partigiani

Nell'Italia centro-settentrionale i partigiani combattono una guerra che ha tre anime - è insieme una lotta di liberazione, una guerra civile e una lotta per la democrazia - e che avrà un forte rilievo politico per il futuro della penisola, soprattutto al Nord, dove arriverà a liberare le grandi città prima dell'arrivo degli Alleati.
Nel settembre del 1943 si costituiscono i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), che sono formati in genere da quattro o cinque uomini, hanno come riferimento politico il Partito Comunista e agiscono in città. In montagna, nelle vallate e nelle campagne sorgono invece basi partigiane ben organizzate e formazioni militarmente inquadrate, che si riconoscono nei diversi partiti del Comitato di Liberazione Nazionale (Partito Comunista, Partito Socialista di Unità Proletaria, Partito d'Azione, Democrazia Cristiana, Partito Liberale e Democrazia del Lavoro).
Nell'estate del 1944 vengono organizzate le Squadre d'Azione Patriottica (SAP), gruppi paramilitari prevalentemente impegnati in ambito urbano, con compiti di propaganda nelle fabbriche, di sabotaggio e di raccordo tra città e lotta partigiana.
I partigiani combattenti riconosciuti alla fine del conflitto saranno 232.481, la metà dei quali comunisti, un quarto di Giustizia e Libertà, i restanti autonomi, democristiani e socialisti.

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Corriere della Sera

Il “Corriere” fu, nei giorni della Resistenza, un punto di riferimento.
In redazione gli operai si alternavano sui tetti per dare l’allarme contro eventuali attacchi fascisti. In tipografia si stampavano le pubblicazioni del Comitato di liberazione e fogli clandestini.
Per proteggersi contro gli arresti e le razzie della Repubblica sociale e della Gestapo al “Corriere” era stato organizzato un servizio di avvistamento:
ventiquattro ore su ventiquattro qualcuno vigilava agli ingressi, per avvertire icolleghi ricercati dai nazifascisti.
Si formò un CLN aziendale che organizzò scioperi e sabotaggi e che causò ritardi di composizione e di uscita del giornale e guasti alle macchine.
All’interno del giornale si ebbero anche azioni di guerriglia La partecipazione alla Resistenza dei giornalisti, degli operai e degli impiegati di via Solferino fu ampia. Molti lavoratori ebbero fortuna: sia pure tra minacce, disagi, paure, fughe riuscirono a scampare alla cattura, alla deportazione, addirittura alla morte. Altri pagarono duramente, come Mario Miniaci, Torquato Spadi, Luigi Tacchini, Otello Ghirardelli, Dionigi Parietti, Ferdinando De Capitani, che morirono in un lager.

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La direttiva 16

"Voi siete pronti, siete pronti a combattere, ma il momento della vostra concertata azione non è ancora giunto. A certe bande sono state impartite istruzioni speciali. Non fate il gioco del nemico agendo prima del tempo scelto per voi. Non sperperate le vostre forze. Non lasciatevi tentare ad agire prematuramente!" Il messaggio radio del generale Mark W. Clark, comandante delle truppe alleate in Italia, era scoppiato come una bomba il 10 aprile, movimentando ulteriormente la già tormentata vigilia dell'insurrezione.
Ce n'era d'avanzo perché all'interno del CLNAI il "partito" degli attesisti, di quelli che esortavano alla prudenza, all'attesa alla verifica, prendesse vigore e alzasse la voce.
Il disegno delle forze conservatrici non poteva essere più trasparente: Clark loro interprete, tendeva a frenare qualsiasi moto insurrezionale capace di porre un'ipoteca popolare sul futuro assetto politico dell'Italia.
Non si voleva che le formazioni partigiane scendessero dai monti per combattere fascisti e tedeschi nelle grandi città e nei borghi della pianura, sollevandone le popolazioni in assenza degli Alleati.

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Comandi di divisione

Divisione e Brigata delle formazioni partigiane che operarono nelle montagne del Centro Nord dell'Italia nell'aprile del 1945 in funzione delle aree operative (che avevano confini variabili rispetto ai limiti territoriali provinciali).
 
Formazioni partigiane, costituite dai militari dei reparti delle ex-divisioni del Regio Esercito Italiano, che dopo l'8 settembre 1943 si trovavano fuori degli attuali confini nazionali, nei territori dei Balcani. I militari decisero, volontariamente, di riorganizzarsi per non essere fatti prigionieri e combattere l'esercito nazista, collaborando con le formazioni locali. Sono di seguito segnalate alcune di queste.
Bibliografia

 

  • (1) Roberto Battaglia- Storia della Resistenza Italiana – Einaudi- Torino, seconda edizione 1964.
  • (2) Gianni Oliva - Foibe - le stragi negate degli italiani della resistenza delle Venezia Giulia e dell'Istria- Arnoldo Mondadori Editore- Milano- 2002
  • (3) Luigi Longo - Un popolo alla macchia, Mondadori - Milano-1947.
  • (4) Pietro Secchia - F. Frassati - La Resistenza e gli alleati - Feltrinelli, Milano - 1962.
  • (5) Pietro Secchia - Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione 1943-1945: ricordi, documenti inediti e testimonianze - Feltrinelli – Milano - 1971.
  • (6) Dante Livio Bianco, Le brigate Garibaldi nella Resistenza - Feltrinelli, Milano, 1979.
  • (7) Irnerio Forni - Alpini garibaldini - Ricordi di un medico nel Montenegro dopo l'8 settembre- Mursia - Milano 1992
  • (8) Associazione degli ex consiglieri della Regione Veneto- Il Veneto nella Resistenza, contributi per la storia di liberazione nel 50o anniversario della Costituzione - 1997 -Venezia.

 

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Formazioni Partigiane

Queste le affiliazioni politiche all'interno del Corpo volontari della libertà:

  • Le Brigate Garibaldi, i GAP e le SAP facevano prevalentemente riferimento al Partito Comunista Italiano (PCI).
  • Le formazioni di Giustizia e Libertà facevano riferimento al Partito d'Azione (PdA).
  • Le formazioni "Giacomo Matteotti" facevano riferimento al Partito Socialista Italiano (PSI).
  • Le Brigate Fiamme Verdi, le Brigate del popolo e le Brigate Osoppo facevano riferimento alla Democrazia cristiana (DC) e al mondo cattolico in generale, insieme al movimento dei cattolici comunisti.
  • Le formazioni monarchiche e badogliane (chiamati anche azzurri) erano principalmente composte da partigiani di estrazione borghese e di idee liberali o conservatrici, accomunati dalla fedeltà alla Monarchia. Facevano riferimento alla Casa Reale e riconoscevano in Raffaele Cadorna il loro capo militare. Erano nati dai reparti del regio esercito che rifiutarono la logica del «tutti a casa», abbracciando la lotta partigiana. Avendo conservato la loro struttura gerarchica, i partigiani azzurri poterono apportare alla Resistenza l'esperienza bellica e la consuetudine di rapporti coi militari alleati, essenziale per ricevere rifornimenti ed aiuti, tra questi ricordiamo il 1O Gruppo Divisioni Alpine comandato da Enrico Martini.
  • Gruppi come l'Organizzazione Franchi di Edgardo Sogno rappresentavano il Partito Liberale Italiano ed i monarchici.
  • Esistevano inoltre organizzazioni esplicitamente trotskiste, come la formazione Bandiera Rossa Roma, nota anche come Movimento Comunista d'Italia e formazioni di tendenza anarchica, come le Brigate Bruzzi-Malatesta di Milano.

Non sempre le denominazioni originarie erano strettamente collegate ai partiti di riferimento. Ad esempio le Brigate Osoppo del Friuli, che erano nate con un grande contributo del PdA, accentuarono la loro dipendenza dalla DC e dal clero friulano. Le Brigate Fiamme Verdi si diversificarono nel territorio: quelle lombarde, nate dagli intellettuali cattolici, si trasformarono in formazioni solo "militari" con orientamento genericamente liberale; quelle reggiane, invece, furono direttamente guidate dalla DC alla quale facevano riferimento anche le Brigate del Popolo. Similmente le formazioni Mazzini che in Lombardia facevano riferimento al PRI in Veneto non avevano il medesimo legame.

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