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Origine delle formazioni Parigiane

L'origine delle formazioni partigiane ebbe due percorsi, intrecciati tra loro: uno politico antifascista e uno militare. All'inizio esistevano delle bande di partigiani, ovvero aggregazioni nate prevalentemente da scelte fatte dagli ex-militari dopo lo scioglimento, avvenuto l'8 settembre 1943, del regio esercito italiano presente nei territori del Centro-nord Italia e nei territori di occupazione militare italiana come i territori della zona balcanica. Agli ex-militari sbandati si affiancarono gli antifascisti attivi, gli ex inviati al confino, gli esiliati e gli espatriati all'estero.

Le prime formazioni si modellarono via via, richiamandosi alle forze politiche nazionali dal novembre 1943 fino agli ultimi giorni dell'aprile 1945. Una tappa significativa fu il 9 giugno 1944, quando nacque il “Comando generale del Corpo Volontari della Libertà” con sede a Milano dove c'erano i vertici delle principali organizzazioni partigiane.

Per quanto riguarda l'origine politica delle formazioni, nell'autunno del 1943 la Direzione del PCI dette l'indicazione di costituire unità strutturate; nacquero così i "battaglioni Garibaldi". Questi erano pensati come brigate d'assalto perché i gruppi che si stavano formando non dovevano essere attendisti ma immediatamente operativi; l'organizzazione si sarebbe forgiata via via nelle difficoltà della iniziativa.
Secondo i militanti comunisti la struttura a Brigata sottintendeva la volontà di un modello organizzativo di tipo militare tradizionale che prevede una stretta gerarchia: Comando generale, Divisione, Brigata, Battaglione, Compagnia, Squadra, Gruppo di azione patriottica. La novità fu la decisione di prevedere, oltre al comando militare, la presenza di un “commissario politico”, secondo l'esperienza sia della Rivoluzione d'Ottobre che delle Brigate Internazionali nella guerra civile di Spagna. Questi indirizzi, tesi a superare le formazioni per “bande”, si concretizzeranno solo nell'estate del 1944, quando anche gli altri partiti sposeranno il modello organizzativo di tipo politico-militare, con o senza la presenza di “commissari” in rappresentanza dei partiti di riferimento.

Per quanto riguarda invece le Brigate di origine esclusivamente militare, fenomeno che interessò in modo particolare le formazioni all'estero, come nei Balcani, fu determinante la decisione degli ex-soldati e ufficiali, di tutti gli ordini e grado, di non sottostare all'umiliazione di essere fatti prigionieri dagli ex-alleati nazisti.

Le formazioni di orientamento cattolico si trovarono spesso in contrasto con altre formazioni di diverso orientamento politico. Durante la guerra di Liberazione, la necessità di combattere un nemico comune attenuò i contrasti. Si calcola che i cattolici che parteciparono attivamente alla Resistenza furono tra i 65.000 e gli 80.000, su un totale di circa 200.000 partigiani.
Nel corso della lotta di Resistenza le formazioni si accorparono e si suddivisero, secondo le situazioni presenti nelle varie “aree operative”, con criteri e dimensioni diverse. Per esempio alcune formazioni "d'assalto garibaldine" avevano una struttura piramidale:
  • la Squadra, formata da dieci-venti uomini, era l'unità minore
  • tre Squadre formavano una Compagnia o Distaccamento;
  • tre Compagnie un Battaglione;
  • tre Battaglioni una Brigata;
  • tre Brigate una Divisione.

 

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Brigate Garibaldi

BandieraLe Brigate d'assalto Garibaldi, formazioni militari del Pci o ad esso collegate, operarono nell'Italia occupata tra 11 settembre 1943 e l'aprile-maggio 1945. Il comando generale dei distaccamenti e brigate d'assalto Garibaldi si costituì a Milano il 20 settembre 1943, ma per i primi tempi il confine tra organismi di partito e organismi militari fu molto sottile. Tale sovrapposizione di funzioni è rilevabile dall'analisi dell'archivio Brigate Garibaldi e del fondo Direzione Nord del Pci 1943-1945, tanto da far nascere l'ipotesi che si tratti di un unico complesso documentario diviso in due serie. I primi documenti nell'ordine cronologico del fondo Brigate Garibaldi relativi alla formazione del battaglione di partigiani Garibaldi nel Friuli e nella Venezia Giulia, sono a firma del "compagno Andrea", funzionario dei Gap del Pci e portano la data del 19 settembre 1943, precedente quindi alla costituzione del comando generale. Documenti analoghi si trovano anche nell'altro archivio, così come sono ripartiti più o meno equamente tra l'uno e l'altro i bollettini del Sip, i diari storici delle brigate Garibaldi di varie zone, le direttive e le circolari dei triumvirati insurrezionali e dei comandi garibaldini, e infine le relazioni degli ispettori inviate ai triumvirati insurrezionali e alle delegazioni garibaldine delle varie regioni.

Bibliografia: Le Brigate Garibaldi nella Resistenza. Documenti, Milano, Feltrinelli, 1979, voll. 3 (I: agosto 1943-maggio 1944, a cura di G. CAROCCI e G. GRASSI; II: giugno-novembre 1944, a cura di G. NISTICÒ; III: dicembre 1944-maggio 1945, a cura di C. PAVONE).

Le Brigate d'assalto "Garibaldi" erano le formazioni promosse dal PCI (Partito Comunista Italiano) o che assunsero tale denominazione

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Brigata Italia

Fu una brigata partigiana di ispirazione cattolica operante a Modena dopo l'8 settembre 1943 comandata da Ermanno Gorrieri detto "Claudio".
La Brigata Italia Montagna, comandata da Luigi Paganelli (nome di battaglia "Lino"), faceva parte della Divisione Modena Montagna. La Brigata Italia Pianura, comandata da Alfonso Bucciarelli, faceva parte della Divisione Modena Pianura. Tra gli appartenenti alla Brigata Italia, si ricordano Don Elio Monari (M.O.V.M.), Mario Allegretti (M.O.V.M.) e Don Gabriele Amorth.

L'organico della Brigata Italia, in Aprile 1945, era di 1.606 unità.

Durante tutto il periodo della guerra di resistenza, operava anche un'altra Brigata Italia comandata da ENZO (Fiorenzo Olivieri) che assieme alla Brigata Anita facevano parte della DIVISIONE L.FAVA -comandata da ALDO IL FRANCESE (Adalberto Baldi)- incardinate nel C.Z.P. ( Comando Zona Pianura) del F.L.N.A.I. Queste formazioni di partigiani operavano nei territori dei comuni a sud di Verona e precisamente a Villafranca di Verona, a Valeggio sul Mincio, a Sommacampagna e nei viciniori comuni mantovani di Roverbella, Goito, Monzambano e Ponti
 
Bibliografia
  • E. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino. Per una storia della Resistenza in Emilia, Bologna, Il Mulino, 1966
  • E. Gorrieri, Giulia Bondi, Ritorno a Montefiorino: Dalla Resistenza sull'Appennino alla violenza del dopoguerra, Bologna, Il Mulino, 2005, p. 198.
  • A.Cavazzuti, G.Chiossi, "A.L.P.I. nel 50° della Liberazione", 7 maggio 1995.

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Brigate del popolo

Le Brigate del popolo (o anche brigate bianche) furono una struttura della resistenza di diretta emanazione della democrazia cristiana. La struttura organizzativa si formò nell’estate del 1944. Furono attivi nelle città.
Le formazioni di orientamento cattolico e tra loro le formazioni 'Brigate del popolo' ebbero in genere un atteggiamento prudente, sia nei confronti della popolazione, che nei confronti degli avversari, nei cui confronti evitarono provocazioni che potessero portare a rappresaglie sulla popolazione, sia nei confronti delle formazioni partigiane di diverso orientamento politico, cercando di collaborare con esse apportando un contributo di equilibrio, senza rinunciare ai propri principi.
 
Bibliografia
  • Cattolici popolari nella Resistenza, a cura del Centro studi della Dc - Milano 1975.
  • Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, di C. Pavone - Bollati Boringhieri, Torino 1991, pp. 280-303.
  • Cattolici ,Chiesa, Resistenza, di G.De Rosa - Il Mulino, Bologna 1997.

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L'eccidio di Porzûs

Le brigate Osoppo vennero coinvolte nel tragico episodio dell'Eccidio di Porzûs, verificatosi a partire dal 7 febbraio 1945 presso le malghe di Porzûs, (comune di Faedis, Friuli orientale).
La vicenda, connessa alla specifica situazione sul confine orientale con le forti motivazioni ideologiche dei componenti garibaldini comunisti e i rancori nazionalistici tra slavi e italiani, fu il più grave fatto di sangue tra formazioni partigiane durante la Resistenza.
A Porzûs aveva sede il comando del Gruppo delle Brigate Est della Divisione Osoppo, comandato dal capitano degli alpini Francesco De Gregori, detto "Bolla".
La formazione autonoma di "Bolla", che teneva inalberata presso il proprio comando - e ben visibile a distanza - la bandiera italiana con lo scudo sabaudo, operava all'interno di una regione dominata dalle formazioni garibaldine che su ordine del PCI dalla fine del 1944 erano state inserite nell'esercito di liberazione della Jugoslavia, alle dipendenze del IX Korpus sloveno.
Gli osovani, con le loro continue proteste contro le mire nazionalistiche jugoslave e contro la politica di collaborazione garibaldina, presentate anche direttamente da "Bolla" presso il CLN di Udine, suscitarono la reazione delle componenti comuniste del Comitato, che attivarono i gappisti operanti nella zona, incaricandoli di attaccare la sede del comando osovano.
Sul posto vennero quindi inviati un centinaio di gappisti, guidati da Mario Toffanin "Giacca", elemento fortemente ideologizzato ed estremista che catturò con un trucco "Bolla" ed altri comandanti della Osoppo, tra cui il giellista Gastone Valente "Enea", e li fucilò subito, sottraendo carteggio, armi e provviste. Gli altri partigiani osovani presenti, tra i quali Guido Pasolini fratello maggiore di Pier Paolo, vennero tutti quanti fucilati successivamente ad esclusione di due, che accettarono di entrare nei GAP.
L'eccidio ebbe rilevanti seguiti giudiziari con un lungo processo, che si concluse con pesanti pene, peraltro in grandissima parte non scontate a causa della fuga di un sostanzioso numero di imputati in Jugoslavia o in Cecoslovacchia, nonché per i vari provvedimenti di amnistia e indulto che si susseguirono dopo la guerra.

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Le missioni alleate e il conflitto tra le Brigate Osoppo e le Brigate Garibaldi

Sin dal luglio 1944 l'OSS (il servizio segreto degli USA che poi diventerà l'attuale CIA, relativo alle operazioni all'estero) aveva avviato in Friuli una propria missione di collegamento con i partigiani, denominata Chicago-Texas. La missione era guidata da due agenti italiani affiliati al PCI, Alfredo Michelagnoli e Giuseppe Gozzer
La missione fu organizzata sulla scorta di un più ampio accordo tra OSS e Partito comunista, che prevedeva l'arruolamento di "uomini esperti" indicati dal partito, in cambio della possibilità, per quest'ultimo, di utilizzare le radio del servizio segreto per comunicare con i propri dirigenti nell'Italia occupata dai nazifascisti.
Gozzer, tuttavia, sebbene alla testa di una missione alleata, divenne presto capo di stato maggiore della Brigata Garibaldi Friuli, generando incertezze tra i membri del SOE (uno dei vari servizi segreti britannici per operazioni dietro le linee nemiche), già operanti in zona, i quali non avevano chiaro quando considerare le sue iniziative come adottate nella sua qualità di rappresentante degli statunitensi, o in quella di comandante partigiano e comunista.
D'altra parte, non esisteva alcun coordinamento specifico tra le missioni OSS e SOE e questo, a prescindere dal differente approccio politico tra statunitensi e britannici, generò "la più completa confusione", arrivando a mettere in concorrenza involontaria le missioni inviate indipendentemente su uno stesso territorio, e generando inefficienza e pericoli indebiti per gli stessi agenti alleati. Inoltre, il diverso approccio delle differenti missioni alleate non forniva ai partigiani una coerente immagine dell'alleanza angloamericana, e rendeva meno efficace la loro azione militare.

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