La privazione dei diritti degli ebrei italiani

Il 14 luglio 1938 viene pubblicato il Manifesto degli scienziati razzisti, che proclama la superiorità della «razza italiana».
Di lì a poche settimane prendono il via i provvedimenti di discriminazione dei cittadini ebrei.
Il 22 agosto incomincia un censimento che rileverà 58.142 individui «di razza ebraica» in Italia, dei quali 48.032 italiani e gli altri stranieri, per la maggior parte profughi della Germania nazista.
 
Tra settembre e novembre vengono emanate le leggi razziali.
Viene decretata l'esclusione degli ebrei - studenti e insegnanti - dalle scuole pubbliche di ogni ordine e grado;
sono annullati i matrimoni civili tra ebrei e cristiani;
viene decretato l'esproprio dei beni immobili e dei terreni, così come l'estromissione dalla direzione delle aziende, il divieto di accedere all'editoria e alle professioni di giornalista e di notaio;
vengono imposte limitazioni tassative all'esercizio di tutte le attività commerciali e professionali.
 
Si proibisce inoltre agli ebrei di frequentare luoghi di villeggiatura e avere personale di servizio «ariano», di possedere apparecchi radio, di inserire il proprio nominativo negli elenchi telefonici, di pubblicare sui giornali annunci di morte e inserzioni pubblicitarie.
Tutti i dipendenti pubblici «di razza ebraica» vengono licenziati.
 
Le misure legislative che, insieme al censimento, escludono gli ebrei dalla vita sociale e politica italiana, si riveleranno strategiche, tra il 1943 e il 1945, per la persecuzione fisica, l'internamento e la deportazione degli ebrei, italiani e stranieri, presenti nell'Italia centro-settentrionale in seguito all'occupazione nazista.

StampaEmail