Jenide Russo

Staffetta partigiana milanese. Catturata in Via Aselli il 18 febbraio 1944, a seguito di una spiata mentre portava una borsa contenente nitroglicerina ai partigiani operanti a Villadossola. Condotta a Monza, dove viene interrogata, percossa e torturata.
Successivamente è trasferita a San Vittore, nel raggio dei politici. Nonostante le torture e le violenze dei fasciste, Jenide non parla.
Da San Vittore, nel maggio del 1944 Jenide viene trasferita nel campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi. Vi rimane fino al 2 agosto, quando partirà per il lager femminile di Ravensbrück. Da Ravensbrück verrà portata a Bergen Belsen, dove morirà il 30 aprile 1945.
 
E ora racconto come sono stata arrestata. Sono partita alle 8,30 da casa, ricordi? Sono andata a prendere delle cose e poi sono andata a portarle a destinazione. Intanto che dò la roba, mi sono sentita dietro otto persone con rivoltelle spianate; mi hanno perquisita.
Poi mi hanno portata in macchina fino a Monza, e lì mi hanno interrogata. Siccome non volevo parlare con le buone, allora hanno cominciato con nerbate e schiaffi (non spaventarti). Mi hanno rotto una mascella (ora è di nuovo a posto). Il mio corpo era pieno di lividi per le bastonate; però non hanno avuto la soddisfazione di vedermi gridare, piangere e tanto meno parlare.
Quello che più mi preoccupava era il fatto che volevano venire a casa a perquisire. Sono stata per cinque giorni a Monza, in isolamento in una cella, quasi senza mangiare e con un freddo da cani. Venivo disturbata tutti giorni, perché volevano che io parlassi. Ma io ero più dura di loro e non parlavo (nel pacco avevo dinamite).
Poi mi hanno portata a San Vittore. Non spaventarti per quello che sto per dirti: ero destinata alla fucilazione , ma invece tutto è andato per il meglio e il più è passato. Di’ pure che ho mantenuto la parola di non parlare; credo che saranno tutti contenti di me. 

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